giovedì 11 ottobre 2018

Nella Cappella della Sindone, tra splendore della cupola e perdita del senso religioso

L'ho pensato il 27 settembre 2018, quando, insieme a decine di giornalisti e ospiti, dopo una coda e cose che altro che le navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, sono entrata nella Cappella della Sindone. Devo tornarci e vederla con calma, senza tanta folla, senza l'euforia della riapertura, quando la curiosità sarà scemata, mi sono detta. Così ho fatto. E, credetemi, rivedere la Cupola di Guarino Guarini, qualche giorno dopo la riapertura, con pochi turisti con il naso all'insù e con tutta la calma necessaria vale davvero la pena (se riuscite, meglio una mattina durante la settimana, che il weekend, il momento in cui i Musei Reali sono più affollati).

Cappella della Sindone Cappella della Sindone

Non ho ricordi di come fosse la Cappella della Sindone, prima della sua chiusura negli anni '90: ci sono cose delle nostre città che diamo per scontate e non frequentiamo quanto dovremmo, la Cappella era in quella lista. L'incendio e il successivo restauro ventennale hanno risvegliato l'attenzione su di lei, era come un convitato di pietra, c'era senza esserci; sempre presente nello skyline cittadino, anche se nascosta dalle impalcature, eppure assente da ogni itinerario. Il restauro è stato lunghissimo e per darvi un'idea di quanto sia stato complesso e appassionante, vi riporto un brano del comunicato stampa, che spiega perfettamente come sia stato realizzato: "Sin da subito emerge la necessità di eseguire indagini approfondite e sofisticate, a causa della mancanza di qualsiasi materiale documentario e grafico utile a comprendere la genesi e la reale statica della struttura dell’edificio. La prima azione è la messa in sicurezza della cupola mediante un sistema di ancoraggi e cerchiature metalliche che ne scongiura il crollo. Nel 2000, garantita la stabilità, comincia la rimozione dei detriti, si montano i ponteggi di servizio, gli impianti e i sistemi per monitorare il comportamento della struttura. Si avvia così il 'cantiere della conoscenza e della sperimentazione': i rilievi, la schedatura di circa seimila frammenti in pietra, le ricerche storiche, chimiche, fisiche e strutturali, le mappature dei materiali e del degrado, l'individuazione dei punti resistenti dell'edificio. Il delicato e complesso lavoro preliminare, di per sé poco visibile dall'esterno, eppure fondamentale per la riuscita del restauro e per il recupero totale dell'opera, ha portato all'intervento strutturale.

Nel 2008 iniziano i lavori, che hanno richiesto la riapertura dell'antica cava originale di Frabosa Soprana, in provincia di Cuneo, per acquisire la pietra necessaria per sostituire i materiali non più recuperabili. Contemporaneamente si consolidano gli elementi in pietra superstiti e si restaurano i quattro gruppi scultorei degli uomini illustri di Casa Savoia e la sacrestia. Dal 2009 vengono eseguiti i lavori di consolidamento strutturale che hanno previsto la sostituzione completa, al primo livello, di 13 colonne su un totale di 30 dell'ordine minore, di tutte le 8 lesene dell'ordine maggiore, delle 2 colonne e dell'arco sghembo di affaccio verso il Duomo e della trabeazione del vestibolo nord-ovest. Tutto realizzato in marmo nero di Frabosa Soprana (Cuneo). Ai livelli superiori, realizzati in marmo bigio di Frabosa, sono stati smontati e sostituiti numerosi altri elementi: dal secondo al quarto livello, parti degli archi e parti di pareti, pilastri e trabeazione della galleria che corre lungo il perimetro del tamburo; inoltre sono state inserite nuove catene in acciaio in corrispondenza dei sei ordini di archetti sovrapposti del cestello dove sono stati sostituiti i tre ordini inferiori di archetti e consolidati i tre ordini superiori; inoltre è stata inserita la struttura di sostegno della stella e sono state rimosse le catene provvisionali esterne, strutture di sicurezza che furono messe in opera durante la fase di emergenza post incendio".

Cappella della Sindone Cappella della Sindone

Io non credo che il restauro si potesse spiegare meglio, con linguaggio comprensibile ai non addetti ai lavori. Con questi concetti in testa, in questi giorni sono passata un paio di volte a visitare la Cappella. Se viene naturale stare con il naso all'insù, per perdersi nel gioco degli archetti, che filtrano la luce verso l'interno e che affascinano per il disegno che creano, non bisogna trascurare la decorazione delle pareti verticali, comprese le statue del Duca Emanuele Filiberto, da cui tutto è iniziato (sapevo che era sepolto qui, ma dopo l'incendio non so cosa sia stato delle sue ceneri) e del pronipote Carlo Emanuele II; rinnovano il legame di Casa Savoia con la Sacra Sindone ed esprimono l'orgoglio dei primi Duchi italiani della dinastia. Il contrasto tra il marmo bianco dei gruppi scultorei e le pareti di marmo nero attira l'attenzione, come non sfugge la metafora voluta dal Guarini e restituita dal restauro: a livello della Terra tutto è scuro e la luce, ovvero la Salvezza, può piovere solo dall'alto, ovvero da Dio. Una metafora che però un po' si perde nel nuovo ingresso alla Cappella. Ed è questa la mia unica perplessità in questo splendido lavoro di restituzione fatto in questi anni.

Nel progetto di Guarino Guarini, l'ingresso dei visitatori avveniva dal Duomo, lungo le due scalinate buie che chiudono le navate laterali. Era chiaro il senso dell'ascesa sia in senso fisico, bisognava salire le scale, sia in senso metaforico, ci si avvicinava alla luce e, dunque, alla Salvezza, cosa che costa fatica e sacrificio. Poi, arrivando dalla rampa buia, la Cappella era una sorpresa, la meraviglia del barocco: la decorazione era scura, illuminata dalla luce che pioveva dall'alto e che si manifestava in tutto il suo splendore alzando lo sguardo verso i millemila archetti e verso i raggi dorati del cupolino, ovvero, verso Dio. Questo senso di ascesa verso Dio si perde nel nuovo ingresso, dai Musei Reali. Adesso si entra dall'ingresso privilegiato dei sovrani sabaudi e la Famiglia Reale, direttamente in Cappella: certo, si rimane affascinati dalla bellezza delle decorazioni, dalla luce, da quella cupola straordinaria che chiunque venga o viva a Torino deve vedere almeno una volta nella vita, ma si è perso il senso religioso, di cui l'architettura era a servizio. Ed è un peccato, in fondo.


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