mercoledì 27 agosto 2014

La collezione di Eugenio di Savoia, salvata da Carlo Emanuele III

La collezione d'arte del principe Eugenio di Savoia era così splendida che un diplomatico inglese considerava, nel 1736, che "solo le teste coronate possono permettersela in Europa". Di non sola guerra vive un condottiero leggendario, verrebbe da pensare, al leggere della passione per l'arte di Eugenio, il più celebre generale del XVII e XVIII secolo, l'uomo che salvò Vienna dall'assedio dei Turchi e che liberò Torino dall'assedio dei Francesi.

Nato a Parigi nel 1663, dal ramo cadetto dei Savoia-Soissons, Eugenio era nipote del cardinale Mazarino per parte di madre, Olimpia Mancini. La morte del padre Eugenio Maurizio, quando era ancora bambino, il sostanziale disinteresse della madre e le difficoltà finanziarie della famiglia avvicinarono molto presto il giovane Eugenio alla carriera militare. Visto il rifuto di Luigi XIV di Francia di prenderlo nel proprio esercito, Eugenio fuggì dalla Francia alla volta della Germania e, raggiunta Vienna, entrò a servizio dell'imperatore Leopoldo I. Lottò per tutta la vita contro Turchi e Francesi, al servizio degli Asburgo, e ottenendo in entrambi i casi vittorie decisive: sue le vittorie più importanti nelle guerre di successione spagnola e polacca, compreso l'episodio dell'assedio di Torino, suoi i successi che obbligarono l'impero ottomano a cedere i Balcani all'Austria.

Una vita da condottiero davvero straordinaria, grazie alle abili strategie, alle intuizioni spregiudicate e all'affetto dei suoi soldati, che lo vedevano combattere con loro. Ancora oggi Vienna è innamorata di lui e gli dedica periodici omaggi.

Le guerre non lo distrassero dalle sue grandi passioni, l'arte, la cultura e l'architettura. E, grazie alle vittorie, non gli mancò il denaro per poter soddisfare queste sue passioni. A Vienna si fece costruire gli splendidi Palazzo del Belvedere, una delle mete predilette dei turisti nella capitale austriaca, e il Winterpalais, il palazzo d'inverno; a Budapest, sull'isola di Csepel, fece costruire la villa di Rackeve. In tutte le sue residenze si trovavano argenterie, libri, arazzi, opere d'arte acquistate con cura e intelligenza durante tutta una vita spesa in giro per l'Europa. La fama di collezionista di Eugenio era diffusa in tutta Europa e il suo interesse per l'arte era tale che non esitava a sostenere le persone che ricorrevano alla sua esperienza: è risaputo che fu Eugenio a consigliare buona parte degli acquisti d'arte della Contessa Jeanne Baptiste di Verrua, che, fuggita da Torino e dagli amori di Vittorio Amedeo II, seppe costruirsi una delle più importanti collezioni d'arte di Parigi.

Alla morte di Eugenio, che non lasciava eredi diretti, i suoi beni passarono alla nipote Vittoria di Savoia Soissons. Niente affatto bella, definita anzi proprio brutta dalle cronache del tempo, dal carattere difficile e arcigno, in perenne difficoltà finanziarie, come da tradizioni familiari, Vittoria aveva superato l'età da marito ed era decisamente nubile, quando lo zio morì. Del resto quale aristocratico si sarebbe preso una principessa brutta, antipatica e povera, potendo avere di più e di meglio? Affamata di denaro e poco interessata al valore culturale delle ricchezze di Eugenio, Vittoria iniziò a disperdere il patrimonio di Eugenio, causando non poca preoccupazione tra chi lo apprezzava.

A salvare il salvabile ci pensarono essenzialmente l'Imperatore d'Austria e il Re di Sardegna. Il primo si fece carico delle splendide residenze viennesi di Eugenio e della sua incredibile biblioteca, incorporando gli oltre 15mila libri, di inestimabile valore, nella Biblioteca di Corte; ancora oggi la biblioteca del principe è una delle sezioni più preziose della Biblioteca Nazionale Austriaca. Il secondo, su consiglio del suo ambasciatore a Vienna, acquistò la celebre quadreria del Palazzo del Belvedere, messa in vendita dall'incosciente Vittoria per fare cassa e contesa anche dall'elettore di Sassonia Augusto III e da Federico II di Prussia. I quadri di Eugenio furono acquistati da Carlo Emanuele III per 400mila fiorini e arrivarono a Torino nel 1741, "con un viaggio per via d'acqua preferito per evitare scosse traumatiche alle opere e danni alle loro cornici, riccamente intagliate e dorate" spiega Giusi Audiberti nel libro Il fantasma del Castello. La collezione è oggi uno dei gioielli della Galleria Sabauda, dopo essere stata ammirata per secoli a Palazzo Reale, dagli ospiti dei sovrani.

Torino fu anche nel destino dell'arcigna Vittoria, che, improvvisamente ricca, riuscì a trovare altrettanto improvvisamente marito: a 52 anni, nel 1738,con l'opposizione delle Corti torinese e viennese, sposò il principe Giuseppe Federico di Sassonia Hidburghausen, che aveva una ventina d'anni meno di lei. Il matrimonio fu ovviamente infelice e la coppia si separò dopo sei anni. Ormai settantenne, Vittoria si trasferì a Torino nel 1752 e si stabilì in via Maria Vittoria; fece vita piuttosto ritirata e morì nel 1763. Fu sepolta dapprima nella chiesa di San Filippo Neri e quindi nella Basilica di Superga. Al Castello di Agliè (TO), si conserva un suo busto di cera, che la ritrae con crudele realismo in età matura, così brutta come le cronache del suo tempo raccontavano (potete vedere un'immagine nel sito ufficiale del castello).

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