mercoledì 16 marzo 2016

L'armatura del duca Emanuele Filiberto, nell'Armeria Reale di Torino

Dite Emanuele Filiberto e a Torino difficilmente si pensa all'ultimo dei Savoia, star di reality e gossip. Qui si pensa a quello che è in fondo il primo Savoia italiano, anche se nato a Chambery: al duca che portò la capitale dalla Savoia al Piemonte, che impose l'italiano come lingua degli atti pubblici, che rifondò lo Stato, modernizzò l'agricoltura, riformò l'esercito, invitò artisti e intellettuali e rispettò le minoranze protestanti. Cosa non ha fatto Emanuele Filiberto per il Ducato che, tre secoli dopo, diventato Regno di Sardegna, avrebbe guidato l'Unità d'Italia?


Sottovalutato dai programmi scolastici di Storia, qui a Torino dici Emanuele Filiberto e il pensiero corre alla statua equestre più bella della città, al centro di Piazza San Carlo. Realizzata da Carlo Marochetti nel 1838, raffigura, su un alto piedistallo di granito, il duca Emanuele Filiberto a cavallo, nell'atto di infilare la spada nella guaina, dopo la vittoria nella battaglia di San Quintino, ottenuta per l'esercito spagnolo di Felipe II, di cui era uno dei migliori condottieri. Una vittoria che avrebbe cambiato la storia d'Europa (ancora oggi in spagnolo si dice "armare un San Quintino", che ha la stessa valenza del nostro "fare un 48") e che a lui avrebbe restituito il perduto Ducato di Savoia, ridotto in condizioni disastrose dalla guerra, ma almeno di nuovo in mano alla sua dinastia.


E dovete vederlo il volto gentile e sereno del Duca, sotto l'elmo, mentre, ancora a cavallo, mette a riposo la spada, come in un programma di pace: è finita la guerra, le spade hanno parlato, adesso è il tempo della riconciliazione, delle intuizioni di un sovrano, della ricostruzione dello Stato. Sarà anche per questo che ogni festa torinese finisce in piazza San Carlo, ai piedi della statua di Emanuele Filiberto?

Quello che pochi sanno e che a molti turisti sfugge, è che la statua bronzea non è l'unico omaggio che Torino ha reso al Duca che la volle capitale. L'Armeria Reale conserva l'armatura con cui il sovrano è stato ritratto da Giacomo Vighi, l'Argenta, nel celebre quadro del 1561 (è alla Galleria Sabauda, all'interno dello stesso complesso dei Musei Reali). Su un cavallo debitamente bardato, un manichino indossa l'armatura del Duca, con i pennacchi di piume rossi e bianchi.


Nel percorso museale, la segnalazione di una simile chicca non appare la più idonea, essendo affidata a un adesivo fissato sul piedistallo su cui si trova il cavaliere, ma fateci caso, quando entrate nella splendida Galleria del Beaumont: il secondo cavaliere sulla destra, accompagnato da due guerrieri anche loro protetti dall'armatura, è il Duca Emanuele Filiberto di Savoia.

L'adesivo posto sul piedistallo, informa che l'armatura è stata realizzata forse dal Negroli, a cui il Duca aveva pagato l'acquisto di due armature nel 1561. I Negroli erano una delle più prestigiose famiglie specializzate nella produzione di armature; sotto la guida di Giovan Paolo Negroli, lavorarono i suoi figli, Filippo, considerato il più grande armiere di tutti tempi, per i suoi lavori a sbalzo sull'acciaio, e Francesco, famoso per il talento nell'intarsio. Tra i loro clienti, alcuni dei generali più importanti del XVI secolo, a cominciare dall'Imperatore Carlo V. Non c'è certezza sugli autori dell'armatura, perché, spiegano dall'Armeria Reale, quella presente nel Museo "è sobriamente decorata con motivi di nastri intrecciati, neri su fondi dorati, che si ritrovano in armature lombarde dell'epoca". Secondo il sito del Ministero dei Beni Culturali, Emanuele Filiberto ha vestito armature tedesche durante la carriera militare, ma, una volta rientrato in Italia, si è affidato al gusto italiano e ha voluto un'armatura italiana per il primo ritratto ufficiale realizzato a Torino.


E' infatti questa l'armatura utilizzata dal Duca per il ritratto dell'Argenta ed è quella presa a modello anche da Carlo Marochetti, per la sua celebre scultura in piazza San Carlo. A completare l'armatura del sovrano, anche un brocchiere, una mazza e una spada di lama antica, ma realizzata nell'Ottocento, già riposta nella guaina, a un lato del cavallo. E' tempo di pace, per l'Emanuele Filiberto dell'Armeria Reale, che merita tutto il tempo che potete dedicargli, per la raffinatezza dei ricami sul metallo, per la pompa dei pennacchi, per tutto quello che Torino deve alle sue intuizioni e alla sua determinazione.


Nessun commento:

Posta un commento