mercoledì 6 dicembre 2017

Quando Napoleone fece abbattere le mura di Torino

Non ho mai studiato Napoleone Bonaparte, a scuola: sia alle medie che al liceo, sono passata dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione, con Napoeone da leggere per le vacanze, ma così, senza impegno. Quel poco che so di lui lo devo a libri che hanno sfiorato la sua figura (Guerra e Pace o La certosa di Parma), al 5 maggio di Alessandro Manzoni e al cinema o agli sceneggiati tv. E, la verità, non mi ha mai affascinato, sarà perché i dittatori, anche se in nome di Liberté, Égalité, Fraternité, non mi hanno mai fatto alcuna simpatia. Dunque, mi è sempre stato difficile interessarmi alla Torino napoleonica.

Poi, alla Facoltà di Architettura, ho avuto come professoressa di Storia dell'Urbanistica Vera Comoli Mandracci e a volte la passione con cui si insegna è più importante della materia insegnata. La storia urbanistica di Torino è una delle cose che ricordo meglio degli anni di Architettura e ancora oggi mi appassiona, grazie prof, ovunque Lei sia adesso. E degli anni napoleonici ricordo, a parte l'abbattimento delle mura, imposto dai nuovi dominatori, anche una cosa curiosa, andata purtroppo perduta o mai realizzata: le grandi piazze che salutavano l'ingresso a Torino dalle porte principali ( mi ha sempre affascinato la grande esedra alberata che sorgeva al posto di piazza Vittorio Veneto, tra via Po e il fiume).

Nel 1800, dopo la battaglia di Marengo, Napoleone promulga l'editto per il disarmo delle fortezze piemontesi, Torino inclusa. Per la città, sottolinea Vera Comoli Mandracci in Pianificazione urbanistica e costruzione della città in periodo napoleonico a Torino, "anche se appare implicito l'intento di avviare la distruzione dell'immagine emblematica del potere assoluto sabaudo, non va sottovalutato il fattore tattico, soprattutto a fronte della necessità contingente di un veloce ed efficace disarmo sul territorio appena occupato".

L'abbattimento delle mura viene affidato a una Commissione governativa, che deve decidere sia la demolizione che il livellamento del fossato, dovendo anche decidere come "ristabilire il recinto chiuso e attestare il sistema stradale interno ed esterno sulle cerniere obligate dei rondò fuori porta". La demolizione inizia nell'estate del 1800 e nelli Atti della Società degli Ingegneri e degli Architetti d Torino si legge: "A poco a poco cadde tutta la cinta fortificata che nel 1673 aveva tracciata Amedeo di Castellamonte e le aggiunte fatte all'epoca dell'assedio del 1706. Non rimasero in piedi che la cittadella e i bastioni di S. Giovanni e Santa Adelaide a sud, che si ridussero poi al giardino pubblico detto dei Ripari, e quelli S. Ottavio, detto Bastion Verde, San Lorenzo, San Maurizio, San Carlo e parte di quello Sant'Antonio, sull'angolo di via Barolo e della Zecca, verso notte. Dei primi due non venne approvato lo spianamento che con decreto del 31 marzo 1872; e per l'apertura del prolungamento di via Venti Settembre, nel 1891 cadde il bastion verde, con i vecchi edifici che sorgevano su quell'area, compreso il torrione, sulla cui sommità eravi una vasca sulla quale pompe idrauliche spingevano l'acqua destinata ad alimentare le fontane del giardino reale (…) E con le mura caddero eziandio le quattro porte di Torino, tra le quali quella di Porta Nuova che Amedeo di Casellamonte aveva eretta nel 1632 e quella di Po del Guarini del 1676".

Solo a leggere i nomi degli architetti che avevano contribuito a costruire il sistema difensivo di Torino piange il cuore; ma è anche vero che senza la demolizione delle mura, Vienna oggi non avrebbe il Ring e Torino non avrebbe i grandi viali che circondano il centro (io continuo comunque a considerare una catastrofe l'abbattimento della Cittadella, avvenuto a fine Ottocento, visto il profondo significato storico e architettonico che aveva). La demolizione delle mura fu accompagnata da altri progetti di abbattimento, alcuni purtroppo si realizzarono, altri, grazie agli dèi, si persero nel finale dell'avventura napoleonica: la Torre Civica, il simbolo della città, che salutava da lontano chi arrivava a Torino, alta tra cupole e campanili della città fortificata e sormontata dal suo toro dorato, fu abbattuta; fu abbattuta anche la galleria che collegava Palazzo Madama a Palazzo Reale, all'altezza dell'attuale Armeria Reale, lasciando così il Palazzo Madama isolato, al centro di piazza Castello, come non è mai stato nella sua storia (in fondo il Palazzo sorge sull'antica fortezza degli Acaja, che, a sua volta, ha inglobato la porta romana di Augusta Taurinorum). A causa di un incendio andò perduta anche la loggia che separava piazza Castello da piazzetta Reale, sostituita poi dalla cancellata che Carlo Alberto fece costruire da Pelagio Palagi; fu casualmente un incendio, ma in realtà l'abbattimento rientrava nei progetti francesi.

La fine dell'epoca napoleonica evitò l'abbattimento dello stesso Palazzo Madama e della Basilica di Superga, quest'ultima da cancellare perché simbolo della sconfitta francese del 1706, con il disastroso assedio di Torino. Gli anni dell'Impero francese portarono però anche nuovi piani urbanistici, alcuni dei quali influenzarono l'immaginario cittadino, pur non arrivando a realizzarsi. Ci saranno post per parlarne e ricordarli.


Nessun commento:

Posta un commento