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mercoledì 10 agosto 2016

Emanuele Filiberto, il fondatore del Ducato di Savoia

Il 10 agosto 1557, il duca Emanuele Filiberto di Savoia sbaragliava l'esercito francese nei pressi di San Quintino, al comando delle truppe del cugino Felipe II. Era il giorno di San Lorenzo e per ringraziare di quella vittoria così importante, il re spagnolo fece costruire il monumentale complesso religioso dell'Escorial, dedicato per l'appunto a San Lorenzo, mentre Emanuele Filiberto promise al Santo una chiesa nella sua capitale, che vide la luce solo alcuni decenni dopo la sua morte, per mano dell'architetto Guarino Guarini, e che è oggi una delle chiese più belle di Torino. La conseguenza della vittoria di San Quintino fu il Trattato di Cateau-Cambresis, che, nel 1559, garantiva alla Spagna la supremazia in Europa e permetteva al Duca sabaudo di tornare in possesso dei propri territori, sebbene la Francia mantenesse ancora l'occupazione di molte città.


In questo post, però, non si parlerà né della vittoria di San Quintino, né della chiesa di San Lorenzo, di cui si è già raccontato. Oggi, per celebrare quel successo del giorno di San Lorenzo di 559 anni fa, si parlerà di lui, di Emanuele Filiberto. Aveva 29 anni, quando condusse le truppe spagnole alla vittoria, ed era già uno dei condottieri più stimati del suo tempo, con alle spalle una vita avventurosa che una fiction storica potrebbe celebrare in tv.

Nato a Chambéry l'8 luglio 1528, era il terzo figlio di Carlo II e di Beatrice del Portogallo e il secondo maschio; l'imperatore Carlo V era suo zio per parte di madre, re Francesco I di Francia era suo cugino. La guerra tra i due portò via ai Savoia mezzo Ducato, invaso dai Francesi: Carlo II dovette rifugiarsi a Vercelli, mentre gli Svizzeri scesero a occupare il Vallese e il Vand e gli spagnoli si presero Asti. Emanuele Filiberto, visto morire il fratello maggiore Ludovico e diventato erede al trono di un Ducato ormai inesistente, decise di recuperarlo nel solo modo possibile: la via militare. Così, salutato il padre, si mise al servizio di Carlo V; ma l'imperatore germanico non aveva molta intenzione di vedere l'unico erede maschio dei Savoia mettere in pericolo la propria vita e cercò di tergiversare, fino a quando, vista la determinazione del giovanissimo nipote, cedette. Emanuele Filiberto aveva solo 18 anni e si mise subito in luce, prima nella battaglia di Mühlberg, quindi nella difesa di Barcellona, contro l'attacco dei francesi. Con l'uscita di scena di Carlo V, il giovane principe passò al servizio del cugino Felipe II: alla morte di Carlo II, era diventato Duca di Savoia, ma il territorio continuava a essere occupato dagli eserciti stranieri. Solo dopo il Trattato di Cateau Cambresis,  il Ducato ritrovò l'indipendenza e il suo Duca.

La pace impose a Emanuele Filiberto anche una moglie, la principessa francese Margherita di Valois, di qualche anno più grande di lui, coltissima e raffinata. I Francesi vollero questo matrimonio contando sull'età avanzata della sposa, ormai 35enne, che avrebbe dovuto impedire la nascita di un erede, così da permettere il futuro passaggio del Ducato senza eredi nell'orbita francese.

Con Margherita al proprio fianco, non proprio come moglie amatissima, ma sì come consigliera fidata, ascoltata e leale, Emanuele Filiberto iniziò la pagina più appassionante della sua vita: la costruzione di un Ducato che avrebbe avuto poi un ruolo essenziale nella storia italiana. La prima decisione del giovane Duca, quella che avrebbe marcato per sempre la storia dei Savoia, fu il trasferimento della capitale da Chambéry a Torino, ancora occupata dai Francesi. A ribadire lo spostamento degli interessi della dinastia in Italia, stabilì che tutti gli atti ufficiali del Ducato fossero redatti in italiano, dando così una mano al consolidamento della lingua nel suo territorio e, soprattutto, permettendo alla popolazione di comprendere il loro significato. La riorganizzazione dello Stato passò per il rafforzamento della Difesa militare, con la ricostruzione dell'esercito e con la costruzione della Cittadella di Torino; sembravano due gesti contingenti, ma furono le basi della forza e della lealtà dell'esercito sabaudo ai suoi sovrani anche nei secoli successivi. La stabilità di uno Stato e del suo esercito dipende, però, dal benessere e per questo Emanuele Filiberto, entrato in un Paese distrutto, si occupò anche di economia, con una razionalizzazione dell'uso del suolo, attraverso la costruzione di canali e l'introduzione di nuove colture, come il riso, diventato nel tempo parte del paesaggio del Vercellese e della pianura; razionalizzò anche il sistema fiscale, da cui trasse le risorse per le sue riforme. Anche l'Amministrazione non rimase indenne dalla sua opera riformatrice: introdusse nuovamente i Senati di Savoia e del Piemonte, creò la Corte dei Conti, riformò leggi e Consiglio di Stato, introdusse un sistema scolastico che portò un'alfabetizzazione elementare anche nelle campagne e che, però, lasciò in mano della Chiesa.
  
Il principe guerriero, che aveva sedotto i sovrani del suo tempo con le sue doti di condottiero, si rivelò anche un amministratore saggio e un sovrano illuminato. Una delle cose che più colpiscono di lui è la tolleranza che manifestò in tempi di aspri confronti religiosi. In questo lo aiutò molto probabilmente l'influenza di Margherita, che per inclinazioni personali si interessò alle eresie e si circondò di liberi pensatori. Applicò nel suo Stato le regole della Controriforma di Trento, mandò tre galee sabaude alla Battaglia di Lepanto, ma permise ai Valdesi di mantenere la propria religione e di praticarla nelle proprie valli (ma non fuori), garantendo loro una sostanziale libertà di culto impossibile in altri Stati italiani.

Le sue riforme, il suo interesse per l'arte e per la cultura, la sua tolleranza, lo resero uno dei principi italiani di riferimento: Torquato Tasso lo definì addirittura "il primo e più valoroso e glorioso principe d'Italia". Quando morì, il 30 agosto 1580, il Ducato di Savoia era indipendente, godeva di un certo benessere economico, viveva una stagione culturale raffinata.

Al Duca che l'ha resa capitale, Torino ha dedicato una delle statue equestre più belle del nostro Paese, realizzata nel 1838 da Carlo Marocchetti; nella Galleria Sabauda, si conserva l'imponente ritratto firmato dall'Argenta. Peccato che le scuole italiane non rendano giustizia a questo principe sabaudo e non gli diano lo spazio che merita, tra i signori del Rinascimento.


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