lunedì 15 gennaio 2018

Il progetto di EDIT di Lamatilde, ovvero il fascino dei compromessi in architettura

Nella manica occidentale dell'ex INCET, in Barriera di Milano, EDIT è un polo che lega l'idea di condivisione della share economy e del co-working al cibo. Nei suoi spazi, oltre alla caffetteria, al pub, al cocktail-bar e al ristorante ci sono anche un birrificio e quattro cucine, a disposizione di chi voglia produrre la propria birra o i propri piatti. È una formula nuova, che sin dalla sua apertura sta incuriosendo i torinesi e che sta vivacizzando un quartiere a forte vocazione cultural-innovativa (a poca distanza, il Museo Ettore Fico con il suo bistrot e le gallerie d'arte che gravitano intorno ai Docks Dora e al Parco Peccei).

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La facciata di EDIT nel complesso dell'ex INCET (sin) e un angolo della caffetteria (des)

Nuovo è anche il concept architettonico, fascinosissimo, per come mescola la struttura esistente al design contemporaneo, i colori caldi al cemento armato, la fluidità degli spazi, senza soluzione di continuità, e gli elementi distintivi di ogni attività da essi ospitata. Lo racconta Michele Cafarelli di Lamatilde, lo studio che ha disegnato gli  spazi e che è stato coinvolto da Marco Brignone, proprietario e anima di EDIT, nell'intero processo di immaginazione di questo nuovo polo.

"In Italia non c'è niente di simile e neanche in Europa" assicura Cafarelli "Un giorno del maggio 2015 ci ha contattato Marco Brignone, perché aveva appena acquistato la manica dell'ex INCET e aveva bisogno di qualcuno che gli facesse i rendering dei loft che intendeva realizzare all'ultimo piano. Chiacchierando, è venuto fuori che non sapeva ancora cosa fare della navata a piano terra, alta quanto due piani. Abbiamo iniziato a ragionare insieme, stimolati da lui, che non aveva alcuna intenzione di realizzare qualcosa di prevedibile e che voleva divertirsi durante la realizzazione. Mano a mano abbiamo intuito che il co-working e la share economy potevano essere una buona idea di partenza, quindi Brignone ci ha chiesto di studiare come applicarli al cibo. Abbiamo visitato realtà americane, perché in Europa non c'era niente di simile, e mano a mano abbiamo coinvolto incubatori e altre personalità provenienti dalle start up e dal food. Se posso dirlo, non mi sono mai divertito tanto con un cliente. I Brignone, perché con Marco sono poi arrivati i suoi figli, sempre più coinvolti in quest'investimento paterno, sono committenti curiosi, partecipi, intuitivi. È bello lavorare con chi sta attento al denaro che spende, ma è disposto a spenderlo davanti a proposte di qualità".

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Il cocktail bar - foto di PEPE Fotografia

Anche il progetto architettonico, così fluido, è frutto della continua partecipazione di Marco Brignone. "Non solo lui, ma anche le personalità mano a mano chiamate a lavorare a EDIT, dai fratelli fratelli Costardi a Bosco, hanno partecipato continuamente, dandoci indicazioni precise sulle esigenze. Tutto il progetto è frutto di continui compromessi, tra tutti gli input che arrivavano e i vincoli della struttura, ma io sono convinto che i progetti fighi nascano dai compromessi".

Uno degli obiettivi principali è stato "mantenere l'eredità industriale, per quanto possibile. Non è stato semplice perché c'era tutto un lavoro fatto in precedenza per la sostenibilità energetica, per cui dovevamo fare un cappotto internamente; l'unica parte in cui siamo riusciti a evitare il rivestimento, facendolo all'esterno, d'accordo con la Soprintendenza, è stato il ristorante, dove abbiamo mantenuto le pareti con intonaco grezzo. Quindi, in questo modo, abbiamo purtroppo cancellato la visibilità della pilastratura originale. Ci siamo rifatti con il solaio, che non è originale, ma è in cemento armato e rende omaggio all'edificio industriale". Lo spazio è molto grande e uno degli altri obiettivi del progetto è stato quello di rendere "visibile la sua continuità, in modo che fosse chiaro quanto fosse grande, ma, allo stesso tempo, che non sembrasse vuoto quando non c'era nessuno. Avevamo anche il problema di non far perdere le persone in uno spazio così esteso, la cosa bella è che la committenza ha trattato EDIT un po' come casa propria, per cui l'idea su cui abbiamo lavorato molto è stata creare una sorta di ambiente domestico, entro e sto bene come in casa."

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L'installazione luminosa, con le cucine del ristorante (sin), e il pub, al piano di sotto
PEPE Fotografia

Ogni spazio presenta una propria identità: "È stata una necessità: la caffetteria non poteva avere le stesse dimensioni del pub, ha una diversa funzione, deve dare un'immagine più intima, di qui il tappeto a terra, il legno, l'ottone". Ritornano molto anche i tavoli lunghi, presenti nella caffetteria, nel ristorante, nel pub, una scelta stilistica dettata dalla concezione di EDIT: "Indicano la condivisione, la convivialità e condividi molto più facilmente se sei in un tavolo lungo, accanto ad altre persone. Sono stati una creazione articolata perché intorno al tavolo sono nati percorsi e spazi, non è solo un oggetto di arredo, ma un creatore di microspazi ".

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Il ristorante (sin) e l'installazione luminosa
Foto PEPE Fotografia

Tra gli elementi interni che attirano lo sguardo, c'è senza dubbio l'installazione luminosa, che segnala il blocco scale ed è una sorta di collegamento verticale tra i due piani di EDIT. Si trova nell'unico spazio in cui è visibile l'originaria doppia altezza, l'unico spazio difeso con i denti da Lamatilde: "Lì ci sono due buchi, determinati dalla presenza di una trave, che abbiamo mascherato con la passerella. Gli chef del ristorante, al piano superiore, tendevano ad allargare le loro cucine, fino a quando abbiamo fatto a Brignone la nostra unica richiesta non negoziabile: non chiudere questi due buchi, perché voleva dire perdere completamente la doppia altezza dell'edificio" L'installazione luminosa è nata per segnalare questo spazio, "doveva essere qualcosa in movimento, cinetico o luminoso, che affascinasse per far vedere che c'era altro. Agisce come uno schermo 3D a bassissima definizione, con 6048 led, è come se fosse uno schermo su cui si può anche scrivere. È un progetto su cui stiamo lavorando. In realtà ci piace pensare a EDIT come un progetto in progress."

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Un'altra vista del ristorante (sin, foto di PEPE Fotografia) e il blocco scale, con il pub sullo sfondo (des)

L'innovazione è il principale legame
tra EDIT e il complesso a cui appartiene: "Non ci sono legami architettonici, ma INCET è nato come centro di innovazione e credo che il principale apporto dato dal contesto sia stato proprio la spinta a lavorare ancora di più su un format che insistesse sull'innovazione. Non si poteva aprire un supermercato, insomma, doveva essere qualcosa di mai visto prima". Al centro dell'antico edificio industriale c'è la piazza coperta, su cui si affaccia EDIT: "Abbiamo intenzione di usarla, ovviamente, non solo un dehors, ma anche concerti, street food, è un progetto flessibile, con allestimenti mobili".

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La toilette (sin) e il blocco scale, con vista sul birrificio sottostante (des)

Le parti del progetto di cui sono più orgogliosi a Lamatilde? "Da architetto sono orgoglioso di cose tecniche come il fonoassorbimento o l'illuminazione, che funzionano bene. Poi, se pensiamo alle cose più visibili, non saprei scegliere, mi piacciono il ristorante, con gli specchi, il tavolo lungo, il muro grezzo; mi piace la stanza sospesa. Mi piacciono molto i bagni, dappertutto abbiamo utilizzato semilavorati industriali tipo la lamiera grecata e poi nella toilette il rivestimento in ottone. Una cosa che ricorda il gabinetto cinese e un rimando alla Secessione Viennese, è stato come nobilitare un luogo che generalmente non si considera e che invece Brignone ritiene il biglietto da visita di un locale. Così visivamente il rivestimento più ricco di tutti l'abbiamo messo nelle toilette ed è una cosa insolita e divertente".

EDIT è in via Cigna 96/15; il sito web di Lamatilde è matilde.it.


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