lunedì 22 febbraio 2016

Il progetto del BasicVillage, un villaggio aperto al quartiere

Dove un tempo c'era il Maglificio Calzaturificio Torino (MCT), oggi ci sono la sede di BasicNet, gruppo proprietario di Kappa, Robe di Kappa, Jesus Jeans, Superga e K-Way, e soprattutto, nell'immaginario dei torinesi, il BasicVillage, diventato una delle anime di Borgo Aurora. Un isolato che si è aperto alla città senza perdere l'immagine di antica fabbrica.

La trasformazione dell'antico stabilimento industriale in tempio del terziario è avvenuta in tre anni, tra il 1998 e 2001, ed è stata voluta da Marco Boglione, il proprietario di BasicNet, che ha coinvolto nel progetto lo Studio Baietto Battiato Bianco Architetti Associati (potete vedere i loro lavori e progetti nel loro sito ufficiale). "Avevamo progettato l'allestimento dei suoi uffici precedenti, in corso Novara, e una volta lui, affacciato a una finestra su via Padova, guardando il MCT, ci ha detto che un giorno avremmo lavorato alla sua ristrutturazione. Pensavamo a una di quelle battute che si dicono e invece sei mesi dopo stavamo parlando del BasicVillage" ricorda l'architetto Armando Baietto.


Erano gli anni 90, l'idea che la Torino del XXI secolo non dovesse più guardare a un'espansione infinita ma alla riutilizzazione del suolo fabbricato non era così diffusa ed erano pochi gli esempi cittadini di architetture industriali trasformate in nuove realtà. "Non abbiamo avuto modelli di riferimento specifici e comunque sono stati più culturali che tecnici. Nel nostro percorso autonomo di architetti non abbiamo dimenticato la lezione di Gabetti e Isola, che sono stati anche nostri professori al Politecnico: l'attenzione al contesto, il rispetto dell'esistente, l'intervento leggero e mai autoreferenziale. Il che non significa rinunciare a lasciare un segno, ma implica la sintonia con l'esistente, più complessa di un segno calato senza legami". E poi Marco Boglione aveva le idee molto chiare: "Il programma funzionale del BasicVillage è suo: lui voleva un edificio che mantenesse la sua struttura industriale e che fosse all'avanguardia nei suoi impianti; immaginava di inserire un mix di funzioni e che si raggiungesse un'autonomia, come in un villaggio. Durante la progettazione ci poneva continuamente davanti a nuove sfide; ci sono state molte ricerche, molti studi, è stato appassionante. Avete presente la facciata su corso Regio Parco? L'ingresso al BasicVillage sono 27 metri di facciata senza pilastri, perché lui non li voleva. E come si fa a coprire 27 metri senza pilastri? Abbiamo studiato così l'intera facciata come un'unica trave con grandi appoggi laterali. Boglione è stato uno dei committenti più stimolanti che abbiamo avuto".


Baietto, Battiato e Bianco hanno progettato il villaggio vagheggiato da Boglione, con i suoi percorsi e spazi interni, ma anche aperto al quartiere e alla città e per questo hanno "reso l'isolato penetrabile", attraverso quattro aperture, in corso Verona, in via Foggia, in via Foggia all'angolo con via Padova, e in corso Regio Parco ("Durante la giornata, molti lo utilizzano anche come percorso di attraversamento dell'isolato, il che significa che il nostro messaggio è passato"). Per realizzare questo progetto, hanno dovuto liberare la fabbrica di tutte le sue perfettazioni: "Siamo abituati a immaginare le antiche industrie come edifici compiuti, ma non è così ogni fabbrica si è sempre ampliata in base alle esigenze produttive. Quando abbiamo progettato il BasicVillage abbiamo eliminato tutte queste sovrastrutture e siamo arrivati all'anima dell'edificio, alla costruzione originale, finalmente visibile in tutta la sua bellezza". Lavorare a una ristrutturazione come questa, sostiene Boietto, suscita un grande senso di responsabilità "non solo verso l'architettura e i valori che l'edificio esprime, ma anche verso le sue relazioni sociali e i suoi rapporti con la città, lo spaccio era conosciuto e apprezzato dai torinesi, per questo abbiamo voluto aprire l'isolato".


Da un punto di vista architettonico, Boietto sottolinea soprattutto due elementi: "I serramenti e gli impianti a vista. I serramenti sono originali, sono parte della cultura architettonica industriale del Novecento; sono stati oggetto di studi complessi, per poter inserire i vetri più performanti richiesti dalle normative per il risparmio energetico; erano normative meno vincolanti di quelle odierne, ma l'inserimento dei vetri moderni nei telai originali, più esili di quelli di adesso, non è stato semplice e abbiamo dovuto studiare nuovi sistemi di bloccaggio dei vetri. Gli impianti dell'edificio sono a vista e facilmente raggiungibili, in questo modo la composizione degli spazi negli uffici è semplificata: non è necessario spaccare i muri per poter poi sistemare prese e attacchi dove servono. Ma a me piace anche la trasparenza raggiunta, liberando la fabbrica delle sua sovrastrutture: ci sono posti in cui è possibile vedere attraverso cinque spazi diversi, grazie alle trasparenze, ed è affascinante".


Nelle riqualificazioni degli edifici ex industriali torinesi ci sono due elementi che sembrano tornare spesso: i loft e i tetti piani riconquistati e abitati. Il BasicVillage non fa eccezione: "I loft sono coerenti con gli spazi dell'edificio industriale, permettono la sperimentazione a chi li vive e sono intriganti. Il tetto è stata una grande opportunità: come molti edifici industriali, anche MCT aveva un tetto progettato per sostenere eventuali nuovi piani, noi abbiamo utilizzato questa potenzialità per appropriarci di un altro spazio e renderlo fruibile alla città".

Il BasicVillage ha ormai 15 anni, fa parte dell'immaginario torinese, ha ospitato eventi e mostre (su corso Verona c'è il Temporary Museum), Baietto, Battiato e Bianco hanno qui il loro studio e, dunque, vivono quotidianamente il risultato del loro progetto. Cambierebbero qualcosa, 15 anni dopo? "No" dice Boietto, senza pensarci "il BasicVillage ha funzionato bene in questi 15 anni e ha rapporti buoni con la città, significa che è stato un buon progetto. Probabilmente il fatto che sia stato realizzato per parti, con gli operai del MCT ancora dentro, che si spostavano in base alle esigenze di cantiere, ha permesso ai residenti di metabolizzare meglio la sua ristrutturazione, è diventato familiare poco a poco e quando è stato aperto era già parte del paesaggio".


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